Non portate i vostri figli a giocare a rugby!

mondOvale (rubrica del corriere.it http://mondovale.corriere.it)
Non portate i vostri figli a giocare a rugby!
24 AGOSTO 2017 | di Roberto Iasoni

Si può leggere sul sito del Rugby Sambuceto 2008 asd, "condivisa dalla pagina personale Facebook di Luca Vacca". Sta facendo il giro dei social. E' una "lettera aperta" ai genitori in cerca di uno sport da proporre ai figli: succede di solito in queste settimane, al rientro dalla vacanze, poco prima di tornare sui banchi di scuola. Sono parole che mettono in guardia contro i rischi che si fanno correre alle creature. Ma che si corrono, indirettamente, anche come mamme e papà. Rischi: è così. Pericoli veri. Il rugby è uno sport di contatto, e le vibrazioni del contatto vanno in profondità sotto la pelle. Molto in profondità. Dai oggi, dai domani. Allenamenti, partite, primi-secondi-terzi tempi.

I ragazzi abbandonano lo sport: troppe pressioni e illusioni

Un interessante articolo pubblicato sul sito della Gazzatta dello Sport nel 2013 ma ancora molto attuale.

Fino a pochi anni fà queste situazioni non parevano interessare il rugby ma solo il calcio... oggi purtroppo non è così.

Genitori ed educatori; leggiamo e meditiamo... per il bene dei nostri ragazzi.


I ragazzi abbandonano lo sport: troppe pressioni e illusioni

Milano, 06 marzo 2013 - GAZZETTA DELLO SPORT ONLINE

Il "drop out", ovvero l'abbandono della disciplina praticata, è sempre più diffuso. L'agonismo esasperato, i genitori e l'ambiente estremamente pressanti inducono gli adolescenti a dire basta

L'80% dei bambini italiani in età pre-puberale pratica almeno uno sport, ma verso i 14 anni, proprio durante la fase di sviluppo più delicata e in cui l'attività fisica sarebbe un vero toccasana per la crescita del ragazzo a livello fisico, psicologico e sociale, questo esercito di mini atleti si riduce drasticamente. Divenuti adolescenti, la metà di loro abbandonano. Cosa succede? Quali i motivi di questa improvvisa disaffezione? Il fenomeno, denominato "drop out", sempre più diffuso, ha attirato l'attenzione di numerosi psicologi, terapeuti, istruttori che hanno individuato attraverso i loro studi varie e differenti motivazioni. L'agonismo esasperato fin da giovanissimi. Il risultato a tutti i costi. L'illusione preclusa di divenire dei campioni.

BASSETTI

 

Il più rugbista di tutti, a Rho, è uno che a rugby non ha mai giocato. In campo, s'intende. Ma fuori dal campo ha fatto tutto e di tutto. Solido come un pilone, potente come un seconda, generoso come un terza, intelligente come un mediano, svelto come un trequarti, sicuro come l'estremo.
Luigi Bassetti è uno di quelli che, nella vita, si è dovuto adeguare più al cognome che al nome. In effetti, sul campo non avrebbe mai potuto conquistare pallone in touche e forse neanche correre e placcare, correre e placcare, nonché correre e placcare per ottanta minuti come un flanker moderno. Ma, tutto sommato, è stato molto meglio così. Perché è più facile ficcare la testa in una mischia aperta che in un cassetto chiuso, e tirare fuori non il pallone, quello lo vedono tutti, ma la soluzione a un problema, dove di solito c'è una nebbia da tagliare a fette o un buio oltre qualsiasi siepe.
La qualifica di segretario che gli viene tradizionalmente attribuita è riduttiva, quasi ridicola. Anche senza averne il "phisique du role", per anni Bassetti ha avuto il dono dell'onnipresenza e dell'onniscienza, recuperando risorse a tutti gli altri umani sconosciute o invisibili. Dai tesserini ai palloni, dai pullman alle cravatte, Bassetti è capace di sciorinare prezzi, quantità, luoghi, taglie. Come se fosse Internet. E sia chiaro: Internet, a quei tempi, anni Settanta e Ottanta, non esisteva. Cioè, per esistere, esisteva. Solo che ce l'aveva lui. Incorporata. Come Bill Gates se ne sia potuto accorgere, e appropriare, questo è destinato a rimanere un mistero.
A forza di frequentare autorità dell'International Board e fenomeni dell'hinterland, Bassetti è entrato nella Hall of Fame dell'ovale. Non quella uffciale: ammesso che esista, chissenefrega. Qui si parla della Hall of Fame dei nostri sentimenti. E lì Bassetti è, a dispetto dell'ingiusto cognome, nel posto più alto.

(tratto dal libro "Sessant'anni di Rugby Rho" di Marco Pastonesi e Enrico Pessina - pag 163)

BLOGdiSPORT: Il rugby "tifa" bene

 

Il rugby "tifa" bene
Lo strano caso dello sport che assume il rispetto delle regole e dell'arbitro come assunto indiscutibile per il gioco e per il tifo

By Simone Del Latte

Due sembrano essere le particolarità, se vogliamo le anomalie, che rendono unico il rugby. La prima è il concetto del mutuo sostegno (tra portatore di palla e giocatori in sostegno). Il portatore di palla nel momento in cui ha la palla in mano è leader di sé stesso e degli altri. E' lui che prende le decisioni e ha il dovere di cercare quella migliore, in quanto non paga solo lui l'errore, ma anche i suoi compagni di squadra. Deve quindi avere la concentrazione e l'attenzione necessaria per essere in quel momento il miglior leader possibile di se stesso e degli altri.

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